la rupe dell’utopia

Cairano è sempre stato un paese isolato, isolato dal mondo, ma anche dall’Irpinia. Dai paesi vicini nessuno ha mai sentito l’esigenza di andarci. Questa condizione di esilio dai traffici usuali è resa più evidente anche dallo stato di abbandono delle strade di accesso al paese.

La nostra idea sin dal principio non è mai stata quella di portare la modernità su questo meteorite che guarda tutta l’Irpinia. Abbiamo pensato e voluto che venissero qui le persone capaci di avvertire le tante pieghe di cui è formata la modernità incivile che ha raggiunto gran parte dei no stri luoghi. Ieri, tornando a Bisaccia dopo otto giorni vissuti a Cairano, ho provato un senso di pena per il mio paese. Mi è parso inutilmente traf ficato. Impressione ancora peggiore l’avrei avuta, credo, attraversando Lioni o Grottaminarda. Il paradosso è questo: l’Irpinia è bella dove gli ir pini sono andati via o sono rimasti in pochi. Penso a Trevico, a Greci, a Monteverde, a Senerchia. Penso ai posti più appartati, quelli che ho chia mato i paesi della bandiera bianca. Di sicuro oggi Cairano è la capitale di questi paesi. È il luogo ideale per provare a far germogliare un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne. Si tratta di mettere sottosopra, di capovolgere punti di vista, posture, modi di stare al mondo. Intanto Cairano non è un oggetto ma un soggetto: bisogna voltare le spalle al Sud pensato come luogo di arretratezze, pensiero confezionato altrove, e privilegiare un Sud che pensa se stesso, che parte da se stesso. È un rovescia mento decisivo, dal quale ne conseguono molti altri. Il pensiero usuale è basato su questo sillogismo: piccolo paese, piccola vita. La vecchia modernità ha preso il largo svuotando le campagne. La paesologia rovescia il sillogismo: piccolo paese, grande vita. Chi ha stabilito che nei posti periferici ci debba essere posto per le discariche e non per centri di ricerca, per punte avanzate del pensiero e dell’arte? So bene che oggi la vita nei piccoli paesi è assai difficile. So bene che a Cairano quest’anno ha chiuso anche la scuola elementare. Non spetta a noi produrre politiche che diano un’economia ai paesi morenti. Forse ci vorrebbe un ministero per le montagne, al posto della defunta cassa per il mezzogiorno ci vorrebbe una cassa per l’Appennino. Non è però solo questione di soldi. Ci vogliono idee. Una prima idea è quella di respingere le tentazioni paesano logiche. I paesi non si salvano tornando indietro, dal campanile non si può trarre alcuna linfa. La linfa sta negli intrecci, nelle relazioni: il paese che è sempre sta to il simbolo dell’isolamento vedrà volti, parole, scambi, idee intrecciarsi fra loro. Si può guardare avanti e indietro senza per questo cadere in atteggiamenti velleitari o nostalgici.

Qualcuno può pensare che non abbiamo una meta precisa ed è un’osservazione di cui siamo contenti. Per noi l’opzione non è tra il locale e il globale, ma tra la generosità e l’avarizia. La Comunità provvisoria è un luogo per far germogliare pensieri intorno all’Appennino, per costruire una declinazione ulteriore della modernità in cui l’aria buona e il buon cibo abbiano più valore del Pil, una modernità che considera inutile e volgare una politica sen za cultura. Una modernità che sappia conciliare l’utopia meridiana e lo scrupolo nordico.

Franco Arminio

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